venerdì 24 luglio 2026

Alla scoperta delle ciclovie della provincia di Brescia

 

Cicloviaggio dal 17 al 21 giugno 2026



Mia madre era originaria di Montichiari, in provincia di Brescia. Anch’io e mia sorella siamo nati lì, anche se abbiamo vissuto sempre a Roma. I miei ricordi d’infanzia della provincia di Brescia sono fatti di noiose giornate estive, trascorse in compagnia delle vecchie zie di mia madre. D’estate ero l’unico bambino del paese, perché gli altri erano in vacanza al mare, ai laghi o in montagna. A quei tempi le vacanze scolastiche duravano diversi mesi e terminavano il primo di ottobre che, fino al 1976, era la data del primo giorno di scuola. Per combattere la noia, giravo la bassa bresciana con una Graziella, la prima bicicletta pieghevole prodotta in Italia.

Da tempo non tornavo più nel bresciano fino all’aprile del 2023, quando, insieme a mia moglie Luisa e con le nostre eMBT, abbiamo visitato i luoghi che mia madre decantava. Abbiamo quindi pedalato lungo la ciclabile della Val Camonica e fatto il giro del lago d’Iseo. In quell’occasione ho avuto modo di conoscere un territorio ben attrezzato per il cicloturismo e con una rete di circa 300 chilometri di piste ciclabili. Da quell’esperienza è nata l’idea di organizzare, per FIAB BiciLiberaTutti, un cicloviaggio alla scoperta delle ciclovie della provincia di Brescia.

Prima di descrivere il viaggio, desidero soffermarmi su un aspetto negativo legato al trasporto delle biciclette sui treni di Trenord. Già in occasione della nostra precedente esperienza ci avevano sconsigliato di usare Trenord con le biciclette. Nonostante venga richiesto il pagamento del biglietto, accade spesso che il capotreno non consenta di salire a bordo con la bici. Per questo motivo mi sono attivato con oltre quattro mesi di anticipo per prenotare il trasporto di un gruppo di ciclisti sulla linea Brescia - Edolo. Ho consultato il sito di Trenord, dove compare anche un piccolo video “Treno + bici: la coppia vincente”, e ho contattato l’assistenza clienti che mi ha assicurato che era possibile effettuare una prenotazione sui treni di quella linea. Per un gruppo di circa quindici ciclisti, bastava compilare un modulo online da inviare all’Ufficio Gruppi Trenord. La risposta però è stata la seguente: «Il numero massimo di biciclette dove consentito è di 5 bici e la salita sul treno dipenderà dalla disponibilità in tempo reale dei posti in vettura.» In pratica, soltanto cinque ciclisti avrebbero potuto tentare la fortuna, con la concreta possibilità di vedersi negare l’accesso al treno già alla partenza. In un momento di grande crescita dell’uso della bicicletta, sia come mezzo di trasporto sia per il turismo, Trenord finisce così per ostacolarne l’utilizzo invece di favorirlo. Ho dovuto quindi rivolgermi a un operatore privato, sostenendo un costo aggiuntivo (il trasporto bici su Trenord era gratuito). Ho trovato la soluzione grazie a "Lago Iseo Trasporto e Bike Tour" di Susanna Allegri, che ha brillantemente risolto il problema.

 

Mercoledì 17 giugno 2026

Per raggiungere Brescia, una parte del gruppo è arrivata in automobile, mentre gli altri hanno scelto il treno. Il nostro albergo era ai Ronchi, un territorio collinare che delimita il margine orientale della città. Un tempo i Ronchi erano un territorio agricolo, abitato dai cosiddetti roncari, i contadini che rifornivano Brescia di uova, pollame, ortaggi, funghi, castagne ed erbe spontanee. I boschi che ricoprivano le colline costituivano inoltre una preziosa riserva di legna da ardere per il riscaldamento cittadino. Il nome Ronchi deriva proprio dall’antica pratica del roncare, cioè tagliare i rami e ripulire il bosco per renderlo coltivabile. Oggi questa zona è diventata un elegante quartiere residenziale, noto anche per la produzione di vini di qualità.

I partecipanti arrivati per primi hanno subito avuto l’occasione di conoscere la rete ciclabile urbana di Brescia, composta da diciassette itinerari che attraversano la città e sono facilmente riconoscibili grazie a un sistema di numerazione, nomi e colori. Nel 2018 Brescia ha ottenuto il riconoscimento di Comune Ciclabile FIAB, nell’ambito del progetto “Comuni Ciclabili” che valuta le amministrazioni più attente alla mobilità ciclistica, sia per gli spostamenti quotidiani che per il cicloturismo. Noi abbiamo seguito la ciclabile n. 6 e, guidati da una segnaletica chiara e ben realizzata, abbiamo raggiunto senza difficoltà il centro storico.


In Piazza della Loggia ci attendeva una delegazione di FIAB Brescia - Amici della Bici, che ci ha accolto con grande cordialità e accompagnato in una piacevole visita della città. È stato il modo migliore per iniziare il nostro viaggio: pedalando in amicizia tra le vie di una città che ha saputo investire nella mobilità ciclistica.


Giovedì 18 giugno 2026

Ponte di Legno - Edolo - Ono San Pietro km 50


Di buon mattino abbiamo caricato le biciclette sul pulmino di Susanna Allegri, perfettamente attrezzato per il loro trasporto. A supporto c’era anche un’automobile con carrello portabici. Così, con biciclette e bagagli al seguito, ci siamo trasferiti a Ponte di Legno, punto di partenza del nostro viaggio.




Il fiume Oglio è il secondo affluente del Po per lunghezza. Nasce a Ponte di Legno, a 1.236 metri di quota, dalla confluenza dei torrenti Narcanello e Frigidolfo. Dopo aver attraversato l’intera Val Camonica, sfocia nel lago d’Iseo, a 185 metri sul livello del mare, per poi riprendere il suo corso da Sarnico. Nelle prime due tappe, abbiamo seguito il suo corso lungo la Ciclovia dell’Oglio, eletta nel 2019 “ciclabile più bella d’Italia”.

La Ciclovia dell’Oglio è il risultato della collaborazione tra diversi enti locali e si sviluppa lungo i 280 chilometri del corso del fiume, dal passo del Tonale fino alla confluenza dell’Oglio nel Po, attraversando le province di Brescia, Bergamo, Cremona e Mantova. Lungo il tragitto si trovano cartelli che indicano due direzioni: Tonale verso nord e Po verso sud. A questi si aggiungono le indicazioni per raggiungere i paesi attraversati dalla ciclovia.


Nel tratto iniziale il fondo è prevalentemente asfaltato. Superata Edolo, il percorso alterna tranquille strade secondarie a piacevoli sterrati che costeggiano il fiume, immersi nel verde della valle. Poco prima di Capo di Ponte abbiamo scelto una variante che si allontanava dall’Oglio per inoltrarsi nel bosco attraverso una pista sterrata. Alcuni tratti in forte pendenza hanno messo a dura prova chi pedalava su una bicicletta muscolare, ma il percorso era molto suggestivo.


Tornati su strada asfaltata, ci siamo trovati davanti a una segnaletica apparentemente contraddittoria: cartelli che indicavano il Po o Capo di Ponte, ma in direzioni diverse. Solo in seguito abbiamo capito il motivo. Negli anni, il tracciato originario della ciclovia è stato affiancato da alcune varianti, tutte regolarmente segnalate. Di conseguenza, le indicazioni non erano in conflitto: conducevano semplicemente a itinerari differenti. Uno segue il fondovalle, in prossimità della strada statale 42 e che avevamo preferito evitare; gli altri si sviluppano sulla sponda destra dell’Oglio, attraversando centri abitati e offrendo un percorso più movimentato, con continui saliscendi.

Giunti a Capo di Ponte, abbiamo fatto una sosta al Parco Archeologico Nazionale dei Massi di Cemmo, situato nei pressi della confluenza del torrente Clegna con il fiume Oglio. Qui si trovano due enormi massi, precipitati all’inizio dell’Olocene, circa dodicimila anni fa, le cui superfici sono ricoperte da incisioni rupestri raffiguranti figure umane, animali, scene di aratura e carri. Attorno a questi massi, a partire dall’Età del Rame, si sviluppò uno dei più antichi santuari megalitici della Val Camonica, testimonianza della straordinaria continuità della presenza umana in questa valle.

Lasciato Cemmo, abbiamo affrontato l’ultima salita della giornata, che si snodava tra piccoli centri abitati, fino a raggiungere il nostro ostello, situato ai piedi della Concarena. Si tratta di uno spettacolare massiccio calcareo-dolomitico delle Prealpi Orobie, celebre per gli affioramenti ricchi di fossili corallini. La montagna dominava il paesaggio e offriva una degna conclusione alla nostra prima giornata lungo la Ciclovia dell’Oglio.

 

Venerdì 19 giugno 2026

Ono San Pietro - Naquane - Lovere km 70


La mattina siamo tornati a Cemmo per visitare la Pieve di San Siro. Il complesso, arroccato su uno sperone roccioso che domina il fiume Oglio, è uno dei più significativi esempi di romanico lombardo in Val Camonica e risale all’XI-XII secolo. La sua posizione, sospesa sulla valle, trasmette ancora oggi un senso di raccoglimento e di antica spiritualità.

Attraversato il fiume e il centro abitato di Capo di Ponte, abbiamo raggiunto il ParcoNazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane. Istituito nel 1955, fu il primo parco archeologico italiano e, nel 1979, il primo sito italiano a essere inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. È un autentico museo all’aperto, dove 104 rocce conservano migliaia di incisioni realizzate nell’arco di millenni: dal Neolitico all’Età del Rame e del Bronzo, fino alle vivaci scene narrative dell’Età del Ferro. Camminare tra queste rocce significa sfogliare uno straordinario libro di pietra, che racconta la vita, i riti e le attività delle popolazioni che hanno abitato la valle.


Da Capo di Ponte abbiamo ripreso la Ciclovia dell’Oglio, che in questo tratto coincide con la Ciclabile della Val Camonica. In circa quaranta chilometri si attraversa l’intera valle, alternando boschi, prati, fiumi e centri abitati come Breno e Darfo Boario Terme, fino a raggiungere Pisogne, sulle rive del lago d’Iseo. Lungo il percorso non abbiamo resistito alla tentazione di una sosta golosa: un gelato a chilometro zero, preparato con il latte fresco delle mucche di una fattoria della zona.

Giunti a Breno, dominato dal castello che svetta sulla collina al centro del paese, siamo stati accolti da forti tuoni e dalle prime gocce di pioggia, chiaro segnale dell’arrivo di un temporale. Per evitare di rimanere sotto l’acqua abbiamo dovuto rinunciare alla visita del Santuario di Minerva, importante area archeologica di epoca romana situata in località Spinera, una delle mete previste nel nostro itinerario.

Superato Pian Camuno abbiamo attraversato il fiume Oglio, entrando così nella provincia di Bergamo. Un’ultima salita ci ha condotti nell’abitato di Costa Volpino, da dove si apre uno splendido panorama sul lago d’Iseo. Da lì siamo scesi a Lovere, uno dei borghi più belli affacciati sul lago. Sebbene appartenga amministrativamente alla provincia di Bergamo, Lovere è storicamente legata alla Val Camonica; ancora oggi, insieme a Costa Volpino, fa parte della Diocesi di Brescia, testimonianza di un legame che va oltre gli attuali confini amministrativi.

Attraversando il dedalo di vie del centro storico, tra palazzi signorili, portici e scorci di impronta medievale, abbiamo raggiunto il lungolago, dove si trovava il nostro ostello.

 

Sabato 20 giugno 2026

Lovere - Pisogne - San Pietro in Lamosa - Brescia km 70

Lasciato Lovere, abbiamo costeggiato la Baia delle Rose e attraversato il Parco avifaunistico dell’Oglio, nel territorio di Costa Volpino. Grazie ad una pista ciclabile, abbiamo riattraversato il fiume e ripreso il tracciato della Ciclovia dell’Oglio per tornare nella provincia di Brescia raggiungendo Pisogne, dove la prima tappa della giornata era la chiesa di Santa Maria della Neve.

L’edificio fu costruito alla fine del Quattrocento, alla periferia del paese, lungo la storica Via Valeriana, che collegava il lago d’Iseo con la Val Camonica. La chiesa è celebre soprattutto per il ciclo di affreschi realizzato da Girolamo Romani, detto il Romanino, uno dei maggiori pittori bresciani del Cinquecento. Lo scrittore Giovanni Testori la definì la “Cappella Sistina dei poveri”, un’espressione che rende bene la forza narrativa e l’intensità emotiva di queste opere. Tra gli anni Trenta e Quaranta del XVI secolo il Romanino lavorò a lungo in Val Camonica, sviluppando uno stile personale e anticonvenzionale, lontano dai canoni del Rinascimento più classico. Le pareti della chiesa raccontano la Passione, la morte e la Resurrezione di Cristo, mentre dalle volte si affacciano sibille e profeti.


Lasciata Pisogne, abbiamo iniziato a pedalare lungo la sponda orientale del lago d’Iseo, seguendo ancora una volta la Ciclovia dell’Oglio. A Toline ha inizio uno dei tratti più spettacolari dell’itinerario: circa quattro chilometri e mezzo di pista ciclopedonale che conduce fino a Vello. Il percorso è stato ricavato dal tracciato della vecchia strada litoranea, oggi chiusa al traffico automobilistico, che si distende a pochi metri dall’acqua, alternando gallerie scavate nella roccia, scorci sul lago e aree di sosta attrezzate con tavoli e panchine.


Proseguendo lungo la costa ci siamo trovati di fronte a Monte Isola, la più grande isola lacustre d’Italia, spesso indicata, erroneamente, come la più grande d’Europa. Il nostro programma prevedeva di raggiungerla in traghetto e percorrerne il periplo in bicicletta, ma abbiamo dovuto rinunciare. Nei giorni prefestivi e festivi, da marzo a settembre, non è consentito imbarcare le biciclette e la nostra tappa cadeva proprio di sabato. È stato un piccolo rammarico, perché Monte Isola merita senz’altro una visita. I suoi borghi, molti dei quali conservano un’impronta medievale, sono collegati da strade piacevoli da percorrere in bicicletta, anche grazie al limitato traffico automobilistico. Non mancano però salite impegnative, come quella che conduce al Santuario della Madonna della Ceriola, posto a circa 600 metri di quota nel punto più elevato dell’isola, da cui si gode un bellissimo panorama dal centro del lago.

Dopo Sulzano, abbiamo proseguito verso Iseo, affrontando anche alcuni tratti di strada aperta al traffico e privi di pista ciclabile protetta. Giunti nel borgo, abbiamo incontrato i primi itinerari ciclabili della Franciacorta, una rete di sei percorsi agro-cicloturistici che si snodano tra vigneti, campi coltivati, castelli, antichi borghi e riserve naturali. Ogni itinerario è identificato da un numero, un colore e dal nome di una delle tipologie dello spumante Franciacorta: 1 Satèn (giallo), 2 Pas Dosé (blu), 3 Brut (verde), 4 Rosé (rosso), 5 Extra Brut (nero) e 6 Millesimato (bianco).


Noi abbiamo scelto il percorso che costeggia la Riserva Naturale delle Torbiere delSebino, la più importante zona umida della provincia di Brescia per estensione e valore ecologico. Questo ambiente, nato dall’antica attività di estrazione della torba, rappresenta oggi uno dei principali rifugi per la fauna acquatica e l’avifauna migratoria. In passato la ciclabile Brescia - Paratico attraversava le torbiere, lungo gli specchi d’acqua compresi tra Provaglio d’Iseo e Corte Franca. Oggi quel tratto è stato chiuso al transito delle biciclette per tutelare un ecosistema particolarmente delicato, anche a seguito di comportamenti poco rispettosi da parte di qualche ciclista. Il nuovo itinerario ciclabile aggira la riserva lungo il perimetro esterno. Dal punto di vista naturalistico è una scelta pienamente condivisibile, anche se ci ha costretto ad ammirare questo straordinario ambiente solo da lontano.

In due giorni di viaggio siamo scesi di 1.075 metri e la differenza di quota si faceva sentire tutta. Nei giorni della prima ondata di caldo del 2026, il fresco dell’alta valle aveva lasciato il posto all’afa della pianura.

Per la pausa pranzo ci siamo fermati al monastero di San Pietro in Lamosa, costruito su uno sperone roccioso che domina le Torbiere del Sebino. Il toponimo Lamosa deriva dalle lame, come venivano chiamate in passato le zone umide circostanti. Nato come chiesa privata, il complesso fu donato nel 1083 ai monaci benedettini di Cluny e rappresenta oggi la più antica e meglio conservata fondazione cluniacense del Sebino. Dal piazzale antistante lo sguardo spazia sulle torbiere e permette di coglierne l’estensione e la straordinaria ricchezza ambientale.

Nel pomeriggio abbiamo ripreso la ciclabile Brescia - Paratico, pedalando tra i vigneti della Franciacorta. A Monterotondo di Passirano ci siamo concessi una breve sosta per osservare dall’esterno il Castello di Passirano, riconoscibile per i suoi caratteristici merli ghibellini a coda di rondine. Poco dopo, nel centro storico di Paderno Franciacorta, abbiamo invece visto il Castello Oldofredi, un’altra testimonianza della lunga storia di questo territorio.

Proseguendo verso Brescia siamo passati per Gussago e Cellatica, fino a raggiungere Piazza della Loggia, dove termina ufficialmente la ciclabile. Per noi, però, la giornata non era ancora conclusa e ci siamo concessi una sosta all’antica Birreria Wührer, a poche centinaia di metri dal nostro albergo.

Nel 1829 Franz Wührer si trasferì da Salisburgo a Brescia, dove fondò quella che viene considerata la prima industria birraria italiana. Sessant’anni più tardi il figlio Pietro costruì proprio in questa zona un grande stabilimento produttivo, rimasto in attività fino agli anni Ottanta del Novecento. Dopo un lungo periodo di abbandono, nel 2001 l’area è stata recuperata e trasformata nel Borgo Wührer, un elegante complesso residenziale e commerciale che conserva alcuni edifici storici dell’antico birrificio. Per noi è stato il luogo ideale per concludere una giornata calda e intensa: una birra fresca, qualche chiacchiera e la soddisfazione di aver attraversato, in sella, alcuni dei paesaggi più affascinanti della provincia di Brescia.

 

Domenica 21 giugno 2026

Brescia - Desenzano - Padenghe - Brescia km 70

L’ultima giornata del nostro cicloviaggio è dedicata alla scoperta delle ciclabili verso il Lago di Garda.

Percorrendo un tratto pianeggiante che si dirige verso est, passiamo davanti all’antico monastero di Sant’Eufemia, oggi sede del Museo Mille Miglia. Attraversati i quartieri orientali di Brescia e superato Rezzato, raggiungiamo l’alzaia del Naviglio Grande Bresciano, che seguiamo fino a Mazzano. Questo tratto coincide con la ciclabile Brescia - Salò e sarà anche la strada del nostro ritorno.


Proseguendo verso est attraversiamo il borgo di Mazzano, il centro storico di Molinetto e la località di Pontenove, nel comune di Bedizzole. Qui superiamo il fiume Chiese sul suggestivo Ponte di Pontenove, un elegante ponte in pietra del XVIII secolo, a schiena d’asino, impreziosito da una piccola edicola votiva al centro. In origine il ponte era di legno e fu distrutto dagli austriaci durante la ritirata seguita alla battaglia di Solferino e San Martino, nel 1859. Una passerella provvisoria consentì alle truppe franco-piemontesi di attraversare il Chiese e proseguire l’avanzata.

Avvicinandoci al lago di Garda il paesaggio cambia lentamente. La pianura lascia spazio alle dolci colline moreniche, modellate dai ghiacciai durante il Quaternario. Le strade iniziano a salire e scendere tra uliveti e vigneti di Turbiana, l’antico nome del vitigno autoctono da cui nasce il Lugana, uno dei vini simbolo di questo territorio.


Raggiungiamo Desenzano del Garda e attraversiamo il centro storico spingendo le biciclette a mano, sia nel rispetto del regolamento sia per l’intenso flusso di turisti. Sul lungolago troviamo una pista ciclabile che, dopo la pausa pranzo e un bagno rinfrescante nelle acque del Benàco, ci accompagna fuori città in direzione nord.

Per raggiungere il Castello di Padenghe dobbiamo affrontare una salita impegnativa. Entriamo così nel cuore della Valtenesi, territorio che si estende lungo la sponda occidentale del lago di Garda. La zona collinare, di origine morenica, è disseminata di borghi medievali, castelli, ville storiche e torri, dove prosperano gli oliveti e i vigneti del Chiaretto. Questo celebre vino rosato nasce soprattutto dalle uve di Groppello, vitigno autoctono il cui nome deriva dalla forma compatta del grappolo (groppo), affiancate da Marzemino, Sangiovese e Barbera.

Il Castello di Padenghe, probabilmente il più antico della zona, si raggiunge attraversando l’antico ponte levatoio. Costruito tra il IX e il X secolo a scopo difensivo sui resti di un precedente insediamento romano, conserva ancora l’ampio fossato, oggi asciutto e trasformato in un percorso ciclopedonale. Dalle mura si apre uno splendido panorama sul lago di Garda e sulle colline circostanti.

Lasciato il castello, riprendiamo a pedalare su tranquille strade asfaltate che si trasformano poi in una piacevole pista sterrata. Le numerose pozzanghere, lasciate dal violento acquazzone della notte precedente, rendono il clima più fresco, nonostante l’ondata di caldo intenso.

Poco dopo entriamo nel Parco Airone, dove una splendida pista ciclabile ombreggiata corre tra il fiume Chiese e la Roggia Lonata, canale artificiale realizzato nel XIV secolo. Attraverso la ciclabile della Gavardina ritroviamo infine il Naviglio Grande Bresciano e percorriamo a ritroso l’ultimo tratto che ci riporta a Brescia.

Il nostro cicloviaggio si conclude come la giornata precedente, con un’altra birra fresca alla storica Birreria Wührer.

 




Brano musicale

Come mia consuetudine, abbino un brano musicale in tema con l’uscita. In questo caso ho scelto un musicista bresciano: Arturo Benedetti Michelangeli. Oltre a essere uno dei più grandi pianisti del secolo scorso, Benedetti Michelangeli fu anche un appassionato di etnomusicologia e un estimatore del canto popolare. La sua unica attività come compositore consiste nelle diciannove armonizzazioni di canti popolari che dedicò al Coro della S.A.T. di Trento.

Mia madre era originaria della provincia di Brescia e mio padre di quella di Trento. Il Passo del Tonale unisce queste due province, proprio come i musicisti di cui si parla.

Tra i diciannove brani ho scelto Era nato poveretto, un canto che mi divertiva molto quando ero bambino. Si tratta di un brano tradizionale lombardo, entrato nel repertorio di molti cori di montagna. Probabilmente nacque in ambito militare durante gli anni della Prima guerra mondiale e, con il suo testo ironico, descrive la povertà e la fame di quel periodo. Non manca un finale dal chiaro messaggio pacifista, che sembra anticipare i temi di molte canzoni degli anni Sessanta.

 

lunedì 18 maggio 2026

Fornaci e Fornaciari

 Un itinerario in bicicletta che parte dai confini nord della città metropolitana di Roma, per concludersi a Valle Aurelia, nei pressi del Vaticano. Lungo il tragitto si possono ammirare i resti delle fornaci di Roma, testimonianza di un passato industriale legato alla produzione di laterizi.

Siamo partiti dalla stazione ferroviaria Olgiata in direzione Isola Farnese. L’accesso al borgo era da mesi bloccato a causa di una frana e lo sbarramento impediva anche di immettersi in via Prato della Corte, come da programma. Per aggirare l’ostacolo, saremmo dovuti passare attraverso i sentieri pedonali del Parco di Veio, l’antica Vei etrusca, più lunghi e meno agevoli per le biciclette. Fortunatamente, due giorni prima dell’uscita è stato riaperto il tratto di strada bloccato per la frana e abbiamo quindi potuto fare il percorso previsto. Abbiamo anche avuto la piacevole sorpresa di trovare questa strada sterrata resa carrabile anche nel tratto in cui in precedenza si restringeva, sino a diventare un sentiero impervio pieno di sassi.

La prima fermata è stata al ponte sul fiume Cremera, anch’esso appena ricostruito e allargato per consentire il passaggio delle automobili. Il fiume è ricordato per la battaglia del 477 a.C. in cui i Romani, in particolare la gens Fabia che si era assunta l’onere della guerra contro Veio, subirono una dura sconfitta. Più che una battaglia, si trattò di un astuto agguato teso dai Veienti ai Romani che erano soliti razziare il territorio. Gli Etruschi abbandonarono una parte del loro territorio e misero in libertà del bestiame. La gens Fabia si disperse per catturare la mandria con il risultato di essere circondata in campo aperto e massacrata.

Abbiamo proseguito seguendo idealmente il percorso del Cremera fino a Saxa Rubra. Si tratta di una zona industriale, dove si trova il Centro di produzione Rai.

A Saxa Rubra si possono ancora notare i resti delle numerose fornaci che esistevano nella zona, in particolare quelli della fornace Mariani situata nei pressi della confluenza del Cremera nel Tevere.


L’acqua del fiume e l’argilla delle sue sponde costituivano la materia prima per la produzione di mattoni, laterizi, ceramiche e calce. Roma non ha avuto grandi industrie come quelle delle città del Nord Italia e le fornaci erano una delle poche attività industriali presenti nella capitale. A partire dagli anni Quaranta e per quasi trent’anni, le fornaci della zona prosperarono dando lavoro a molti operai che si stabilirono a Labaro e Prima Porta. Con l’avvento del cemento, le fornaci cessarono la loro attività. Alcune di queste furono sfruttate come set cinematografici prima di essere totalmente abbandonate. È il caso anche della fornace Mariani che conserva ancora la sua ciminiera, ma che è a rischio crollo per incuria. Attualmente, il terreno limitrofo alla fornace viene utilizzato solo per il pascolo, ma potrebbe essere trasformato in un grande parco naturalistico e la fornace, opportunamente restaurata, potrebbe diventare un importante spazio culturale. I progetti ci sono già, come quello del “Parco Tevere Nord” di Italia Nostra.

Abbiamo proseguito lungo la pista ciclabile del Tevere dalla quale si possono vedere, da un’altra angolazione, i resti della fornace Mariani che continuano a sgretolarsi in attesa di un intervento di riqualificazione.

Utilizzando la ciclabile di viale Angelico, abbiamo attraversato Prati per arrivare a Valle Aurelia, passando da via Cipro. Ci siamo quindi fermati davanti ai resti della fornace Veschi che è stata restaurata in occasione della costruzione del centro commerciale Aura, inaugurato il 20 aprile 2018. 

La fornace restaurata sarebbe dovuta diventare un polo culturale. Purtroppo, però, non è andata così e, a poco a poco, la fornace è diventata una discarica abusiva dove vengono abbandonati calcinacci, rifiuti ingombranti, cartacce, bottiglie. Le grondaie sono state divelte per rubare il rame e l’edificio è stato completamente abbandonato. Abbiamo trovato l’area non più accessibile, perché circondata da reti, anche se rotte in più punti. Nel frattempo sono partiti i lavori per un nuovo restauro che dovrebbero durare un paio d’anni. Il progetto prevede una riconversione ecosostenibile dell’ex fornace, il ripristino delle parti murarie e della struttura interna danneggiata dal vandalismo. Verranno installati impianti per audio e video e saranno creati hotspot wifi per l’allestimento di aree espositive e spazi per convegni delle associazioni locali. Verranno creati spazi per la lettura e una mediateca, nonché aule per lo studio di gruppo e postazioni di coworking. Staremo a vedere.

Lo sfruttamento della zona per l’estrazione dell’argilla e la produzione di mattoni è documentato fin dal I secolo d.C. Nel Medioevo l’attività subì una flessione per poi riprendere durante il Rinascimento, in concomitanza con la ricostruzione della Basilica di San Pietro. Il lavoro dei fornaciari si concentrava soprattutto nella zona tra il Gianicolo e la cosiddetta Valle dell’Inferno, grazie alla presenza di creta nei colli del territorio, come evidenziato da alcuni toponimi (si pensi ai Monti di Creta). Da Porta Cavalleggeri a Valle Aurelia, nacquero insediamenti spontanei per dare alloggio ai fornaciari. Nella prima metà del Novecento a Valle Aurelia erano attive ben 18 diverse fornaci e gli operai, con le loro famiglie, vivevano in quello che viene definito il Borghetto dei Fornaciari, sviluppatosi durante il periodo di intensa attività edilizia successivo alla proclamazione di Roma a capitale del Regno d’Italia. Oggi, il Borghetto è un importante esempio di archeologia industriale e una testimonianza della storia sociale di Roma del XX secolo. I suoi abitanti provenivano soprattutto dalle Marche e dall’Umbria, ma anche dalla Toscana e dal Lazio e costituirono una comunità operaia. Le case erano generalmente di uno o due piani e sorsero lungo via di Valle Aurelia. Per la loro costruzione furono utilizzati anche mattoni di scarto delle fornaci della zona. La comunità era caratterizzata da una forte coesione sociale, solidarietà e coscienza di classe, che portarono anche a una decisa adesione ai movimenti antifascisti e operai. Molti erano Arditi del Popolo, una formazione paramilitare antifascista su iniziativa di reduci di guerra anarchici e di sinistra che si oppose militarmente alle Camicie Nere fasciste nei primi anni Venti e che si confrontava quotidianamente con i proprietari delle fornaci Vaselli, Bonomi, Bellagamba e Veschi. Singolari sono anche i nomi delle strade che si riferiscono ai principali prodotti delle fornaci: via dei Laterizi, via dei Mattoni, via degli Embrici e via delle Ceramiche.


Le fornaci rimasero attive fino agli anni '60 del Novecento, dopodiché il villaggio iniziò il suo declino. Nel 1981 il Comune, senza interpellare i diretti interessati, avviò un piano di risanamento che portò alla demolizione di parte del borgo, nonostante fosse costituito da solide costruzioni e non da baracche come la maggior parte delle borgate inserite nel piano. La protesta dei Comitati di Quartiere della zona Nord della città e di Italia Nostra ha permesso di salvare alcune abitazioni e strutture, come la vecchia osteria, la chiesetta e le fornaci Pomilia e Veschi.



Negli anni successivi, il borgo è stato oggetto di riqualificazione, e alcuni dei discendenti dei fornaciari si impegnano a preservare l’identità storica del luogo.

La nostra uscita si è conclusa al Parco dei Fornaciari, un’area verde attrezzata che fa parte del Parco Regionale Urbano del Pineto.

 

giovedì 14 novembre 2024

Seppie col nero

ingredienti

Seppie 1,2 kg; olio di oliva 1 dl; aglio 2 spicchi; prezzemolo; vino bianco secco 2 dl; cognac 5 cucchiai.
dosi per 4 persone

esecuzione

Lavare bene le seppie, togliere l'osso, gli occhi e il becco. Asportare le interiora facendo attenzione a non rompere la vescica che contiene il nero. Conservare 3 o 4 vesciche di nero e spremerle a parte in una ciotola.
Lavare nuovamente le seppie e lasciarle scolare dall'acqua. Tagliarle a listarelle larghe 1 cm.
Scaldare in un tegame l'olio a fuoco lento, insieme all'aglio. Unire al tegame le listarelle di seppia
Aggiungere il vino facendolo evaporare , poi il nero di seppia.
Continuare la cottura a fuoco lento per 35/40 minuti. Se necessario, aggiungere un po' d'acqua.
Verso la fine cottura, aggiungere il cognac e cospargere il prezzemolo sforbiciato.


ricetta del ristorante VENETIKA 

lunedì 28 dicembre 2020

Terrina di capriolo con zucca piccante, cavolo rosso e mirtilli

Antipasto preparato per Natale 2020. Ho preparato la terrina il giorno prima e le verdure qualche ora prima di servire.

ingredienti
Per la terrina: polpa di capriolo gr. 500; cipolla; sedano 1 costa; carota; alloro 2 foglie; qualche bacca di ginepro; salvia 3 foglie; alloro 1 foglia; pancetta tesa 1 fetta alta; lardo a fettine q.b.; vino rosso mezzo bicchiere; aglio 1 spicchio; olio evo 3 cucchiai; brodo di carne mezzo litro; burro gr. 100.
Per le verdure: zucca mantovana gr.100; cavolo rosso gr.100; mirtilli q.b.; olio evo, aceto di mele 1 cucchiaio; acqua ml. 300, zucchero 2 cucchiai; peperoncino 1 (oppure polvere); sale e pepe.
dosi per 4 persone

esecuzione
Ho fatto un battuto con il sedano, la carota e la cipolla. In una casseruola, ho rosolato in olio evo il battuto insieme alla pancetta tagliata a cubetti. Ho poi aggiunto la polpa di capriolo, dopo averla lavata e asciugata. Ho condito con le bacche di ginepro schiacciate (poche), salvia, alloro, sale e pepe. Ho mescolato bene per far rosolare la carne, dopodiché ho aggiunto il vino rosso che ho lasciato evaporare. Ho cotto per circa un'ora a fiamma bassa, aggiungendo il brodo di carne per mantenere la carne umida.
A fine cottura, ho lasciato freddare il tutto. Ho tolto la foglia di alloro per frullare tutto il resto insieme al burro.
Con le fettine di lardo ho foderato una terrina, lasciandole debordare. Poi ho riempito con il composto di capriolo, richiudendolo con le fettine di lardo. Ho lasciato riposare la terrina in frigorifero per il giorno dopo.
Il giorno dopo ho tagliato la zucca a fettine sottili e lasciata macerare per almeno due ore in uno sciroppo caldo fatto con acqua, zucchero, peperoncino (anche in polvere) e sale. Se si usa il peperoncino in polvere, bisogna fare attenzione che lo sciroppo non risulti troppo piccante.
Dopo averlo lavato, ho tagliato finemente il cavolo rosso e condito con olio evo, aceto di mele, sale e pepe.
Ho servito la terrina a fette con la zucca da un lato e il cavolo rosso dall'altro, al quale ho aggiunto qualche mirtillo.

martedì 11 agosto 2020

Garum

Sono andato con mia moglie ad assistere alla rappresentazione della Vedova Allegra al Circo Massimo. Prima di entrare nella nuova sede estiva del Teatro dell’Opera di Roma, abbiamo fatto una passeggiata in via dei Cerchi, luogo tristemente famoso perché era uno di quelli dove venivano effettuate le esecuzioni capitali pubbliche dello Stato Pontificio.

L’ultima fu il 24 novembre 1868 ai danni di Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, accusati di un attentato. 


Al numero civico 87 c’è un palazzo che, negli anni passati, avevamo trovato sempre chiuso. In origine era il Monastero dei padri Olivetani, dell’ordine di San Benedetto. 

La particolare facciata seicentesca evoca un sipario teatrale ed è sormontata da una mano in gesso con l’indice puntato verso il cielo che i romani chiamarono “la mano di Cicerone”.

La struttura originaria dell’edificio è costituita da un casale che originariamente era parte degli “Orti Farnesiani” (i giardini voluti da Alessandro Farnese, nipote di papa Paolo III, con lo scopo di dare lustro al casato e rimarcarne la potenza) ed è situato alle pendici del Palatino.  


Con nostra sorpresa, abbiamo trovato il palazzo aperto al pubblico proprio in concomitanza con le serate del Teatro dell’Opera di Roma al Circo Massimo. Il palazzo ospita il Garum, Biblioteca e Museo della Cucina. Si tratta di una collezione privata di gastronomia di Rossano Boscolo, uno fra i più quotati chef e pasticceri italiani.

 

L’ingresso ci porta in una corte esterna dove sulla sinistra troviamo un hotel, mentre sulla destra si accede al Garum.

Entriamo in un ampio salone dove, alle pareti, troviamo una serie di bacheche contenenti vari attrezzi ed utensili inerenti il cibo, la cucina e la pasticceria: dagli stampi barocchi per il gelato di primo Seicento a quelli in legno per il burro; dalle cucine a gas degli anni Cinquanta del secolo scorso alle contemporanee macchine per la pasta.




 Dopo aver visitato il primo salone, ci accorgiamo che il percorso continua al piano superiore. Vista la nostra titubanza, veniamo avvicinati da una persona dello staff che ci invita a salire, facendoci da guida.


Qui si trova la Biblioteca, vero gioiello contenete rarità bibliografiche che ci vengono descritte dal nostro gentilissimo cicerone (il termine mi sembra appropriato, considerato la mano della facciata esterna).

Per noi che siamo appassionati di cucina, è stato veramente un piacere potersi imbattere nelle prime edizioni dello Scappi e dell’Artusi. Vedere i primi ricettari dei cuochi alla corte papale e i seguenti dedicati anche alla cucina popolare è stato motivo di grande interesse. Il nostro accompagnatore ci informa anche nella pagina web del Garum si trova una guida contenete schede catalografiche con la descrizione bibliologica e bibliografica dei vari libri della collezione.



https://www.museodellacucina.com/

domenica 22 marzo 2020

Islanda 2020 - Golden Circle

Il Golden Circle è una delle attrazioni turistiche più famose in Islanda. Si può visitare anche in un giorno, data la sua relativa vicinanza a Reykjavík.
L’escursione del Golden Circle tocca tre principali luoghi d’interesse: le cascate Gulfoss, il Parco Nazionale Þingvellir (Thingvellir) e i geyser Strokkur e Geysir.

Þingvellir National Park
Il Þingvellir si trova a meno di 30 km da Reykjavik ed è un parco nazionale, nonché patrimonio UNESCO. Si tratta anche del più importante sito storico islandese in quanto qui, nel 930, è stato fondato il primo parlamento democratico al mondo.

I primi coloni arrivarono in Islanda nel IX secolo. In gran parte erano clan nomadi che avevano rifiutato di sottomettersi al re di Norvegia. Dopo un primo periodo senza governo, decisero di inviare i rappresentati di ogni gruppo in un campo del Þingvellir che diventò così il primo Althingi ("parlamento" in islandese). La tradizione proseguì per secoli e anche dopo che la sede ufficiale del parlamento fu spostata a Reykjavík rimase un luogo simbolico. Nel 1944 fu scelto per dichiarare l’indipendenza dell’Islanda dalla Danimarca.















Il Þingvellir è situato proprio in mezzo alle placche tettoniche euroasiatica e nordamericana. Si tratta dell’unico posto al mondo dove si può vedere la loro frattura.

L’area geotermica del Geysir

L'area geotermica del Geysir si trova nella valle Haukadalur che contiene numerosi stagni fangosi, depositi di alghe calde e fumarole.

Lungo il tragitto si possono ammirare numerosi allevamenti dei cavalli islandesi. Spesso i turisti li confondono con i pony, ma gli islandesi ci tengono a precisare che si tratta di una razza indigena dell’isola.







L’attrazione turistica più famosa è lo Strokkur, in geyser che erutta acqua calda ogni 7/10 minuti con getti che possono raggiungere anche 40 metri di altezza.


Gullfoss

Il termine Gullfoss significa “cascata d’oro”. Infatti è una cascata sul fiume Hvítá con uno spettacolare doppio salto di 32 metri. In inverno non è possibile percorrere il passaggio che porta sino al limite della cascata, ma rimane sempre una visione spettacolare, unica al mondo.