Un itinerario in bicicletta che parte dai confini nord della città metropolitana di Roma, per concludersi a Valle Aurelia, nei pressi del Vaticano. Lungo il tragitto si possono ammirare i resti delle fornaci di Roma, testimonianza di un passato industriale legato alla produzione di laterizi.
Siamo partiti dalla stazione ferroviaria Olgiata in direzione Isola Farnese. L’accesso al borgo era da mesi bloccato a causa di una frana e lo sbarramento impediva anche di immettersi in via Prato della Corte, come da programma. Per aggirare l’ostacolo, saremmo dovuti passare attraverso i sentieri pedonali del Parco di Veio, l’antica Vei etrusca, più lunghi e meno agevoli per le biciclette. Fortunatamente, due giorni prima dell’uscita è stato riaperto il tratto di strada bloccato per la frana e abbiamo quindi potuto fare il percorso previsto. Abbiamo anche avuto la piacevole sorpresa di trovare questa strada sterrata resa carrabile anche nel tratto in cui in precedenza si restringeva, sino a diventare un sentiero impervio pieno di sassi.La prima fermata è stata al ponte sul fiume Cremera, anch’esso appena ricostruito e allargato per consentire il passaggio delle automobili. Il fiume è ricordato per la battaglia del 477 a.C. in cui i Romani, in particolare la gens Fabia che si era assunta l’onere della guerra contro Veio, subirono una dura sconfitta. Più che una battaglia, si trattò di un astuto agguato teso dai Veienti ai Romani che erano soliti razziare il territorio. Gli Etruschi abbandonarono una parte del loro territorio e misero in libertà del bestiame. La gens Fabia si disperse per catturare la mandria con il risultato di essere circondata in campo aperto e massacrata.
Abbiamo
proseguito seguendo idealmente il percorso del Cremera fino a Saxa Rubra. Si
tratta di una zona industriale, dove si trova il Centro di produzione Rai.
A Saxa Rubra si possono ancora notare i resti delle numerose fornaci che esistevano nella zona, in particolare quelli della fornace Mariani situata nei pressi della confluenza del Cremera nel Tevere.
L’acqua del fiume e l’argilla delle sue sponde costituivano la materia prima per la produzione di mattoni, laterizi, ceramiche e calce. Roma non ha avuto grandi industrie come quelle delle città del Nord Italia e le fornaci erano una delle poche attività industriali presenti nella capitale. A partire dagli anni Quaranta e per quasi trent’anni, le fornaci della zona prosperarono dando lavoro a molti operai che si stabilirono a Labaro e Prima Porta. Con l’avvento del cemento, le fornaci cessarono la loro attività. Alcune di queste furono sfruttate come set cinematografici prima di essere totalmente abbandonate. È il caso anche della fornace Mariani che conserva ancora la sua ciminiera, ma che è a rischio crollo per incuria. Attualmente, il terreno limitrofo alla fornace viene utilizzato solo per il pascolo, ma potrebbe essere trasformato in un grande parco naturalistico e la fornace, opportunamente restaurata, potrebbe diventare un importante spazio culturale. I progetti ci sono già, come quello del “Parco Tevere Nord” di Italia Nostra.
Abbiamo
proseguito lungo la pista ciclabile del Tevere dalla quale si possono vedere,
da un’altra angolazione, i resti della fornace Mariani che continuano a
sgretolarsi in attesa di un intervento di riqualificazione.
Utilizzando la ciclabile di viale Angelico, abbiamo attraversato Prati per arrivare a Valle Aurelia, passando da via Cipro. Ci siamo quindi fermati davanti ai resti della fornace Veschi che è stata restaurata in occasione della costruzione del centro commerciale Aura, inaugurato il 20 aprile 2018.
La fornace
restaurata sarebbe dovuta diventare un polo culturale. Purtroppo, però, non è
andata così e, a poco a poco, la fornace è diventata una discarica abusiva dove
vengono abbandonati calcinacci, rifiuti ingombranti, cartacce, bottiglie. Le
grondaie sono state divelte per rubare il rame e l’edificio è stato
completamente abbandonato. Abbiamo trovato l’area non più accessibile, perché circondata
da reti, anche se rotte in più punti. Nel frattempo sono partiti i lavori per
un nuovo restauro che dovrebbero durare un paio d’anni. Il progetto prevede una
riconversione ecosostenibile dell’ex fornace, il ripristino delle parti murarie
e della struttura interna danneggiata dal vandalismo. Verranno installati
impianti per audio e video e saranno creati hotspot wifi per l’allestimento di
aree espositive e spazi per convegni delle associazioni locali. Verranno creati
spazi per la lettura e una mediateca, nonché aule per lo studio di gruppo e
postazioni di coworking. Staremo a vedere.
Lo
sfruttamento della zona per l’estrazione dell’argilla e la produzione di
mattoni è documentato fin dal I secolo d.C. Nel Medioevo l’attività subì una
flessione per poi riprendere durante il Rinascimento, in concomitanza con la
ricostruzione della Basilica di San Pietro. Il lavoro dei fornaciari si
concentrava soprattutto nella zona tra il Gianicolo e la cosiddetta Valle dell’Inferno,
grazie alla presenza di creta nei colli del territorio, come evidenziato da alcuni
toponimi (si pensi ai Monti di Creta). Da Porta Cavalleggeri a Valle Aurelia, nacquero
insediamenti spontanei per dare alloggio ai fornaciari. Nella prima metà del
Novecento a Valle Aurelia erano attive ben 18 diverse fornaci e gli operai, con
le loro famiglie, vivevano in quello che viene definito il Borghetto dei
Fornaciari, sviluppatosi durante il periodo di intensa attività edilizia
successivo alla proclamazione di Roma a capitale del Regno d’Italia. Oggi, il
Borghetto è un importante esempio di archeologia industriale e una
testimonianza della storia sociale di Roma del XX secolo. I suoi abitanti provenivano
soprattutto dalle Marche e dall’Umbria, ma anche dalla Toscana e dal Lazio e
costituirono una comunità operaia. Le case erano generalmente di uno o due
piani e sorsero lungo via di Valle Aurelia. Per la loro costruzione furono
utilizzati anche mattoni di scarto delle fornaci della zona. La comunità era
caratterizzata da una forte coesione sociale, solidarietà e coscienza di
classe, che portarono anche a una decisa adesione ai movimenti antifascisti e
operai. Molti erano Arditi del Popolo, una formazione paramilitare antifascista
su iniziativa di reduci di guerra anarchici e di sinistra che si oppose
militarmente alle Camicie Nere fasciste nei primi anni Venti e che si confrontava
quotidianamente con i proprietari delle fornaci Vaselli, Bonomi, Bellagamba e
Veschi. Singolari sono anche i nomi delle strade che si riferiscono ai
principali prodotti delle fornaci: via dei Laterizi, via dei Mattoni, via degli
Embrici e via delle Ceramiche.
Le
fornaci rimasero attive fino agli anni '60 del Novecento, dopodiché il
villaggio iniziò il suo declino. Nel 1981 il Comune, senza interpellare i
diretti interessati, avviò un piano di risanamento che portò alla demolizione
di parte del borgo, nonostante fosse costituito da solide costruzioni e non da
baracche come la maggior parte delle borgate inserite nel piano. La protesta
dei Comitati di Quartiere della zona Nord della città e di Italia Nostra ha
permesso di salvare alcune abitazioni e strutture, come la vecchia osteria, la
chiesetta e le fornaci Pomilia e Veschi.
Negli anni successivi, il borgo è stato oggetto di riqualificazione, e alcuni dei discendenti dei fornaciari si impegnano a preservare l’identità storica del luogo.
La
nostra uscita si è conclusa al Parco dei Fornaciari, un’area verde attrezzata
che fa parte del Parco Regionale Urbano del Pineto.


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